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LETTERA DI UN IMMIGRATO

By Antonio Cotardo on 09/09/2016 in Blog, Poesie e Racconti
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downloadLo ricordo ancora perfettamente, del resto come potrei dimenticarlo? E’ tutto vivido, lampante, fresco, stampato inesorabilmente nella mia mente, incancellabile. Certe cose non si possono scordare, per nessuna ragione al mondo! Ebbe inizio tutto in una giornata caratterizzata da un caldo torrido ed insopportabile. Non era certo una novità quel clima, ma quel giorno aprendo gli occhi avevo avvertito una sorta di sesto senso rivelatore, una sensazione che non prometteva affatto nulla di buono. Nonostante le differenze di tenore di vita decisamente incolmabili rispetto all’occidente, vivevo tranquillo e felice nella mia terra, un posto meraviglioso ed incantevole che si era macchiato di una colpa troppo imperdonabile: era ricco di giacimenti di petrolio. Se quel giorno avessi dato ascolto a quel sesto senso probabilmente adesso non starei raccontando questa storia, ma come potevo sapere che di li a breve la mia vita sarebbe cambiata in maniera irreversibile? Io ero solo un modesto operaio, sempre se per modestia si intende spaccare le pietre per 12 ore in cambio di un pasto assicurato. scusate_seDiversamente però non era possibile, avevo due bambini e una moglie e quel lavoro, seppur duro, mi permetteva di sfamare la mia famiglia e a me quello bastava a ricompensare tutti gli sforzi, tanto ero a casa mia, nella mia terra, con le persone che amavo, cosa avrei potuto esigere di più dalla vita? Magari avrei voluto lavorare meno e guadagnare uguale o perché no, anche qualcosa in più, ma questo credo che lo vogliano un po’ tutti no? L’Africa era un luogo immacolato prima che arrivasse il progresso, basti pensare che prima di quel fatidico giorno, non sapevo cosa fosse la benzina, cosa fossero le macchine, cosa fosse il denaro, da me funzionava ancora tutto con il baratto. Eccome se funzionava! Poi però di colpo appresi tutto, perché nel giro di pochi mesi vidi mutare bruscamente tutto quello che mi circondava. Le immense distese rocciose cominciarono a rimpicciolirsi ospitando dei macchinari immensi completamente fatti di ferro che passavano giornate intere, comprese le notti a perforare il terreno. Ebbi una gran paura di quel presente beffardo, soprattutto considerando il futuro che mi si proiettava davanti agli occhi quando senza capire cosa diavolo stesse succedendo, sentivo un gran boato e spalancando la porticina il legno con sempre più timore, osservavo centinaia di abitazioni completamente ridotte in polvere mentre delle urla strazianti si innalzavano con disperazione verso un cielo che da azzurro diveniva sempre più rosso sangue. Poi accadde: una bomba arrivò anche sulla mia piccola casetta fatta di pietre e legno e prima ancora che potessi rendermene conto, osservai il corpo di mia moglie inerme. Provai un dolore lancinante all’altezza del petto che ancora oggi non è guarito e con ogni dannata probabilità non guarirà mai. Sarebbe toccato anche a me prima o poi. Avrei visto i miei bambini morire, proprio come la mia amata morì per colpa di una dannata mina o forse sarei morto anch’io con loro e tutto avrebbe avuto fine, ma non un senso. Era un po’ vigliacco da parte mia pensare ad una cosa del genere ma quando si è circondati dall’odio in ogni sua forma è davvero difficile trovare una soluzione. La cosa più difficile però era restare sereni mentre nel mio paese c’è la guerra, guardare con ottimismo alla vita, darsi pace. Presi la decisione di andare via per raggiungere un posto del quale avevo sentito parlare tanto bene nel momento in cui avevo cominciato ad organizzare la fuga: l’Italia.images Compresi che forse la vita che facevamo non era poi cosi bella e mi concessi il lusso di fantasticare un futuro diverso dalla fame e dagli stenti, dalle capanne di legno, dal lavoro cosi duro e ingiusto. Cosi dopo aver comprato al mercato nero “un passaggio” per attraversare mari, deserti e continenti, feci le valige: due semplici fagotti pieni di ricordi. Misi a repentaglio le nostre vite pur di inseguire un semplice desiderio di rinascita che di egoistico non ebbe nulla se non l’innocua pretesa di vedere la gioia risplendere negli occhi dei miei pargoli. Quando partimmo era notte e tutto taceva in maniera assordante, eravamo centinaia su quel relitto e chissà perché nessuno fiatava. Il viaggio fu estenuante, interminabile, e che caldo faceva su quella nave che si manteneva a galla per inerzia! Poi finalmente giunsi a Roma ma nemmeno il tempo di arrivare che già fui trasportato in un posto che continuavano a chiamare Nardò, ero in Italia, il paese benedetto! Rimasi tramortito riscoprendo che di ambito non v’era proprio nulla, anzi dopo qualche giorno divenne subito maledetto! Ci guardavano tutti di sottecchi, giudicandoci con uno sguardo ma senza vederci realmente. Era il colore della nostra pelle a non andare bene e in un istante capì quello che ci sarebbe aspettato. Maledissi la mia fuga implorando la mano della morte, sentendomi prigioniero di una vita maledettamente ingrata. Fu solo l’inizio perché poi come al solito la disperazione si affievolì. Ci vestirono di stracci e dopo averci dato una zappa ci buttarono nei campi di pomodoro con altri uomini per venti ore al giorno, nutrendoci di pane raffermo che prendevo con avidità per poi inzupparlo nell’acqua torbida e sfamare cosi i miei bambini, troppo fragili per sopportare quella vita. Mi imposi di andare avanti lo stesso, di resistere, di farlo per i miei figli, per mia moglie, impotente da lassù come me laggiù. Avrei tanto voluto chiedere aiuto a qualcuno ma il padrone aveva minacciato di ucciderci senza pietà se mai avessimo parlato. Si facevano chiamare caporali quelli come lui, l’avevo sentito dire da un italiano che stava a Nardò come me. Certi giorni mi sentivo fregato, mi chiedevo che ne sarebbe stato di noi, poi però cercavo sempre di inventarmi qualcosa. Fu allora che decisi di scappare di nuovo. Rimasi sempre tra quelle terre, ma grazie all’aiuto di qualche italiano buono riuscì a mettere su una baracca dove vendevo di tutto. images-1Fu difficile, estremamente difficile come sempre. Giravo le spiagge vendendo borse, cappellini, cocco, poi andavo nelle grandi città vestite a festa vendendo rose, ombrelli, cianfrusaglie. I più mi prendevano in giro, ma nonostante tutto la vita volse per il verso giusto, tanto che riuscì a mandare i miei bambini ad una scuola italiana. Oggi sono un padre fortunato perché i miei due pargoli mi hanno dato delle soddisfazioni immense riuscendo ad inserirsi nella vita occidentale senza dimenticarsi del loro passato. Non importa se per la società siamo dei profughi, degli immigrati, dei ladri, degli approfittatori, degli assassini, degli stupratori. Ci danno ogni giorno un nome nuovo per mantenersi a distanza e stabilire le differenze, poi però parlano di uguaglianza. Per fortuna non sono tutti uguali, cosi come non tutti quelli di colore sono degli orchi. Il male quando si insinua può prendere qualsiasi forma e colore, non deve essere per forza “nero”. Questa è la mia storia, francamente non credo che ci siano molte differenze con quelle di un qualsiasi essere umano privato di tutto. Questo però giudicatelo voi, io sono solo un immigrato.

                          ANTONIO COTARDO – EDIZIONI LA FORNACE, APRILE 2016

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